The Mexican Suitcase

Mexican-Suitcase
La valigia messicana cos’era e dov’era? tutti la cercavano e sembrava sparita nel nulla!
La storia del suo viaggio dalla Francia fino in Messico, e poi a New York, diventò un giallo internazionale.
La valigia messicana era in realtà una scatola composta da tre contenitori di cartone uno rosso, uno verde e uno beige, contenente 126 rullini, per un totale di 4.500 fotogrammi scattati durante la Guerra Civile Spagnola tra maggio 1936 e marzo 1939, rotoli di pellicola abbandonati nell’ottobre del 1939 da Robert Capa in fuga verso New York, fuga dovuta dall’invasione Nazista di Parigi.

Dalla ricerca del biografo ufficiale di Capa, Richard Whelan, sembrerebbe che il fotografo in esilio a New York chiese al suo ex aiutante di camera oscura, nonché amico e fotografo Imre Weisz, ancora a Parigi di tentare di salvare i negativi.
Weiss noto come Cziki, anche lui un emigrante ebreo ungherese come Capa, non riuscì a fuggire da Parigi, però, si ritenne che portò la scatola a Marsiglia, dove venne poi arrestato e mandato in un campo di internamento ad Algeri, in seguito liberato nel 1941 da Robert Capa stesso, e da suo fratello Cornell.

Comunque è certo che tra 1941 e il 1942 i negativi ricomparvero nelle mani del generale Aguilar Gonzalez, che li portò in Messico.
Il generale era stato nominato diplomatico alla fine degli anni trenta a Marsiglia, dove il governo messicano, un sostenitore della causa repubblicana, aveva iniziato ad aiutare i rifugiati antifascisti dalla Spagna a immigrare in Messico.
Non è chiaro se il generale sapesse la storia dei rullini e di chi fossero, comunque sembra non avesse mai provato a contattare Capa o Weisz.

Poi per cinquant’anni non si seppe più nulla.
Tutti pensarono che i rullini fossero andati persi ma a sorpresa nel 1995 si ebbe voce del ritrovamento.
Questi venero rinvenuti dal produttore cinematografico messicano, Benjamin Traver.
Raccontò di esserne venuto in possesso alla morte di una sua cugina, che a sua volta li aveva ereditati dal padre, il generale Gonzalez.

Nel 1995, Traver contattò Jerald R. Green Professore di lingue Ispaniche e Letteratura del Queens College di New York per chiedere consigli su come catalogare i negativi e metterli a disposizione del pubblico.
Green che era un amico di Cornell Capa, lo informò via lettera del ritrovamento.

Cornell che aveva fondato L’International Center of Photography a New York proprio per commemorare la vita del fratello, chiese al suo vice direttore Phillip S. Block, di provare a convincere Taver a consegnare i negativi al centro, purtroppo, dopo diversi tentativi di contatto, tutto finì con un nulla di fatto, Block arrivò perfino a mettere in discussione le affermazioni del regista e l’esistenza stessa dei negativi.
Anche nel 2003 il Centro Internazionale di Fotografia, dovendo organizzare nuove mostre sulla fotografia di guerra con protagonisti Capa e Taro, tentò attraverso il capo curatore del centro Brian Wallis di riprovare a contattare Traver, purtroppo di nuovo tutto fini in un nulla di fatto.

Traver in realtà non avrebbe avuto problemi particolari a donare le immagini in suo possesso, egli non era in cerca di denaro, ma la sua titubanza a consegnare i rullini era legate al fatto che temeva che le persone in Messico potessero essere critiche nei confronti della partenza dei negativi negli Stati Uniti, perchè quelle immagini erano la storia di un profondo legame storico del loro paese con la Spagna antifranchista durante la guerra civile.

All’inizio del 2007, per aiutare a convincere Traver, Wallis assume un nuova curatrice indipendente, Trisha Ziff, regista di documentari che viveva a Città del Messico, regista che l’anno seguente avrebbe presentato il suo primo documentario sulla famosa foto di Korda fatta a Che Guevara.
Tarver accettò di incontrarla e venne stabilito un primo contatto positivo, in un successivo incontro tenuto a maggio 2007, Ziff riuscì a convincere Traver a farsi dare un piccolo numero di negativi.
A dicembre dello stesso anno, il regista finalmente acconsenti a consegnare a Ziff tutto il resto del contenuto della valigetta.
Per contro la signora Ziff assicurò al regista che avrebbe potuto usare le immagini per un documentario che avrebbe raccontato la storia sulla sopravvivenza dei negativi, il loro viaggio in Messico e il ruolo della sua famiglia nel salvarli.

Photographer Robert Capa during the Spanish civil war, May 1937. Photo by Gerda Taro_dominio_pubblicoUna volta che i rullini arrivarono negli Stati Uniti, gli esperti di conservazione della George Eastman House di Rochester constatarono di essere davanti a negativi con uno stato di conservazione ottimo e per niente fragili, che erano stati accuratamente archiviati da Weisz o chi per lui.

Dopo vari studi, si scoprì che i rullini contenuti nella valigetta non erano stati fatti solo da Robert Capa, ma anche da David Seymour, e dell’allora compagna di Capa, Gerda Taro.
Una sessantina di rullini vennero attribuiti a Capa, quarantasei a Seymour e trentadue a Taro.
Gli scatti coprivano tutta la durata della guerra spagnola, la distribuzione dei negativi tra i fotografi divise la guerra approssimativamente in terzi, con la copertura di Seymour all’inizio, Taro nel mezzo e Capa verso la fine.
Quelli di Seymour includono immagini di vita quotidiana e sfilate nella Spagna repubblicana, ritratti di personaggi famosi, come Federico Garcia Lorca e il Presidente Manuel Azana e scatti fatti nella zona basca, nel mese di gennaio 1937.
I rullini attribuiti a Capa ci parlano della Battaglia di Teruel, dalla fine del 1937 all’inizio 1938 e dei campi di internamento per i rifugiati spagnoli nel sud della Francia, del marzo 1939.
Quelli attribuiti a Gerda Taro comprendono le foto scattate nei suoi ultimi giorni in Spagna, prima che venisse uccisa in un incidente durante la battaglia di Brunete, nel luglio 1937.

Robert Capa si chiamava in realtà André Friedmann proveniva dall’Ungheria, David Seymour detto Chim proveniva dalla Polonia, e da Gerda Taro il cui vero nome era Gerta Pohorylle, dalla Germania, in comune avevano di essere dei giovani rifugiati, ebrei e comunisti.

La storia racconta che Capa e Taro, inventarono il personaggio di Robert Capa definendolo come ”un famoso fotografo americano” per aiutarli a ottenere incarichi. Capa a sua volta riuscì a rendere vera la finzione, incarnando alla perfezione l’immagine del fotografo di guerra, con una sigaretta appesa all’angolo della bocca e le fotocamere appese al collo.
La riscoperta dei negativi causò anche una rivalutazione della carriera di Gerda Taro, prima fotografa di guerra donna, nonché la riattribuzione di alcuni scatti di Capa a lei, il motivo dello scambio era dato dal fatto che i due avevano lavorato a stretto contatto e avevano etichettato alcuni dei loro primi lavori insieme, rendendo difficile stabilire in modo definitivo la paternità delle immagini.

Nella serie di negativi, fu ritrovato uno dei migliori scatti di David Seymour, immagine che mostra una donna che culla un bambino al suo seno mentre guarda verso l’oratore durante una riunione all’aperto di massa nel 1936, e anche immagini di Hemingway e di Federico García Lorca.

Monument_a_la_casa_on_va_nàixer_Federico_Borrell_Garcia,_Taino,_a_Benilloba_Robert_CapaPurtroppo gli investigatori dell’International Center of Photography (ICP) confermarono a Amateur Photographer che la “valigia messicana” non conteneva il famoso negativo ”The Falling Soldier” che tanti speravano di trovare.
In merito al militare falciato dalle mitragliatrici, Capa raccontò che nel 1936 su una collina vicino a Córdoba stava fotografando la rincorsa dei miliziani repubblicani mentre si disponevano all’assalto di una postazione di mitragliatrici fasciste.
Dal coperto dove si trovava non volendosi esporre troppo, pensò di posizionare velocemente la macchina fotografica sopra la sua testa e scattare ad intuito.
Fece diversi scatti ma quello più riuscito e famoso fu quella del miliziano che barcollando all’indietro cadde nell’istante in cui un proiettile lo colpì a morte.
Continua a restare il dubbio che quella foto fosse stata una messa in scena, nonostante questo diventò tra le più famose fotografie di guerra di tutti i tempi.
Il vero problema era che i tre erano accusati di non avere un corretto distacco giornalistico perché durante la guerra erano partigiani che appoggiavano la causa lealista, noti anche per fotografare manovre inscenate per l’occasione, pratica comune all’epoca dei fatti.
Di fatto, quando l’immagine fu pubblicata per la prima volta sulla rivista francese Vu, contribuì a cristallizzare il sostegno e diventare l’emblema della causa dei Repubblicani Spagnoli.

A maggio del 2009, il Centro Internazionale di Fotografia annunciò il completamento della digitalizzazione dei negativi.
Queste immagini si rivelarono tra le più rappresentative del ventesimo secolo e portarono alla nascita della moderna fotografia di guerra.
Purtroppo Capa morì nel 1954 in missione in Vietnam, convinto che il lavoro fosse andato perduto durante l’invasione nazista.
Di Capa è la famosa frase: “Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino”, il senso era che per fare una buona fotografia oltre ad essere vicino al soggetto, significava stare dentro alla situazione rischiando in proprio, nel suo caso in maniera decisamente spericolata, mettendo in gioco costantemente la propria vita.

Alla fine fu Trisha Ziff a fare il documentario “The Mexican Suitcase”, dove racconta tutta la storia dei negativi, ma la valigia messicana riunisce anche altri due racconti: la storia dell’esilio doloroso dei sopravvissuti alla guerra che fuggirono in Messico dalla Spagna e l’inibizione degli spagnoli a rivangare quel periodo drammatico della loro storia moderna.
Il film proiettato al DocuWeeks 2011 è stato invitato dall’Associazione internazionale dei Documentari a qualificarsi per gli Academy Awards dove è stato definito “Un film affascinante su più livelli”.

 Qui troverai il link al film “The Mexican Suitcase” – da Rai Storia

 Qui il link dell’International Center of Photography di New York dove troverai i rullini online

alla prossima Vanni