La semplicità

La semplicità è la chiave per le immagini più belle.
Più semplice e diretta è un’immagine, più chiara e forte è l’affermazione risultante.
Ci sono molte cose da considerare quando discutiamo della semplicità.
Per prima cosa, seleziona un argomento che si presta a un accordo semplice; per esempio, invece di fotografare un’intera area che confonderebbe l’osservatore, inquadra alcuni elementi importanti all’interno dell’area stessa.
In secondo luogo, seleziona diversi punti di vista o angoli di ripresa.
Spostati sulla scena o sull’oggetto fotografato.
Guarda la scena attraverso il mirino della fotocamera.
Guarda il primo piano e lo sfondo.
Prova angoli alti e bassi così come i normali punti di vista a livello degli occhi.
Guarda oltre e davanti al tuo soggetto.
Assicurati che non vi sia nulla sullo sfondo che distolga l’attenzione dello spettatore dal punto principale dell’immagine.
Allo stesso modo, controlla che non ci sia nulla in primo piano per blocchi l’ingresso dell’occhio umano nella foto.
Un ultimo punto di semplicità: raccontare solo una storia.
Assicurati che ci sia materiale nell’immagine per trasmettere una singola idea.
Sebbene ogni immagine sia composta da numerose piccole parti e elementi contribuenti, nessuna dovrebbe attirare più l’attenzione dello spettatore rispetto all’oggetto primario dell’immagine.
L’oggetto principale è la ragione per cui l’immagine viene creata in primo luogo; quindi, tutti gli altri elementi dovrebbero semplicemente supportare ed enfatizzare l’oggetto principale.
Non permettere che la scena sia ingombra di elementi e linee che confondono il punto principale dell’immagine.
Seleziona un punto di vista che elimina le distrazioni in modo che il soggetto principale sia prontamente riconosciuto.
Quando numerose forme sono in competizione con il soggetto, è difficile riconoscere l’oggetto primario o determinare il motivo per cui è stata creata l’immagine.
Solo dopo aver considerato tutte queste possibilità inizia pure a scattare.

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La posizione del soggetto

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A volte una buona composizione si ottiene posizionando il centro di interesse nel centro geometrico dell’immagine; generalmente questa non è una buona idea.
Troppo spesso divide l’immagine in metà uguali e rende l’immagine poco interessante e difficile da bilanciare.
Dividendo l’area dell’immagine in terzi, sia verticalmente che orizzontalmente e individuando il centro di interesse in una delle intersezioni delle linee immaginarie, è possibile creare una sensazione di equilibrio per la composizione.
Nella composizione fotografica ci sono due guide generali per determinare la posizione migliore per il centro di interesse.

Il primo è la regola dei terzi.
Nella regola dei terzi, l’intersezione delle linee che dividono l’area dell’immagine in terzi è contrassegnata da un cerchio.
Queste intersezioni sono buone posizioni per il centro di interesse nella maggior parte delle fotografie.
Ricorda, hai solo un centro di interesse per un’immagine, quindi mantienilo semplice.

L’ altro è la simmetria dinamica.
Il principio della simmetria dinamica è un’idea simile.
Una buona posizione per il centro di interesse si trova disegnando o immaginando una linea diagonale da un angolo all’altro.
Quindi, traccia una seconda linea perpendicolare alla prima da un terzo angolo.
Le intersezioni delle linee sono la posizione per il centro di interesse.

Il punto di interesse

Ogni immagine deve avere solo un’idea principale, argomento o centro di interesse a cui gli occhi dello spettatore sono attratti.
Gli elementi subordinati all’interno dell’immagine devono supportare e focalizzare l’attenzione sulla funzione principale in modo che venga evidenziata da sola.
Un’immagine senza un centro di interesse dominante o una con più di un centro di interesse diventa sconcertante per uno spettatore e lo confonde.
Quando l’immagine ha uno, e solo un “punto di interesse” dominante, lo spettatore capisce rapidamente l’immagine.
L’argomento, l’idea o l’oggetto specifico da rappresentare deve essere impostato nella tua mente mentre ti prepari a scattare una foto.
Quando non c’è nulla nell’immagine per attirare l’attenzione su una particolare area o oggetto, gli occhi vagano per tutta la scena.
Il centro di interesse può essere un singolo oggetto o numerosi disposti in modo tale che l’attenzione sia diretta verso un’area definita.
Quando il centro di interesse è un singolo oggetto che riempie la maggior parte dell’area dell’immagine o uno che spicca audacemente, l’attenzione è attratta immediatamente da esso.
Un fotografo di solito ha a sua disposizione molti elementi che possono essere utilizzati e disposti all’interno dell’area dell’immagine per dirigere l’attenzione sull’idea primaria dell’immagine.

Alcuni di questi elementi sono linee, forme, figure umane, toni…
Le figure umane attraggono l’attenzione più di ogni altra materia e, a meno che non siano l’oggetto principale della fotografia, dovrebbero probabilmente essere tenute fuori dalla scena.
Una fotografia che mostra una persona in piedi a una certa distanza di fronte a un edificio può lasciare il dubbio su quale sia il soggetto principale.
Quando le persone sono incluse in una scena per dimensioni comparative di oggetti o semplicemente per atmosfera, impedisci loro di guardare direttamente la fotocamera.
Oppure quando guardano la fotocamera e quindi chi guarda l’immagine, lo spettatore tende a restituire il loro sguardo guardando direttamente nei loro occhi.
Quando le persone sono raggruppate attorno a un macchinario che è il centro di interesse dell’immagine, invitali a guardare la macchina, anziché la fotocamera.

Abbas, un grande fotografo e giornalista

Ritratto del fotografo Iraniano Abbas Attar, grandissimo documentarista di guerre e rivoluzioni e membro dell_agenzia MagnumTre giorni fa; il 26 Aprile 2017, è morto un grande personaggio della Magnum, il fotografo iraniano Abbas Attar, conosciuto semplicemente come Abbas.
L’attuale presidente dell’agenzia fotografica, Thomas Dworzak, gli ha reso omaggio, definendolo un grandissimo documentarista di guerre e rivoluzioni, un pilastro della agenzia e un padrino per una nuova generazione di fotogiornalisti.

Abbas dedicò tutta la sua opera fotografica alla copertura politica e sociale delle nazioni del sud del mondo in via di sviluppo, dal 1970, i suoi lavori furono pubblicati su riviste mondiali; fotografie che parlavano di guerre e rivoluzioni dal Biafra, al Bangladesh, Ulster, Vietnam, Medio Oriente, Cile, Cuba e Sud Africa…

Uno dei suoi più interessanti lavori fù documentare la rivoluzione iraniana, ad un’intervista alla BBC dichiarò: “Sapevo che questa sarebbe stata l’unica volta nella mia vita che non sarei stato interessato solo a un evento, ma ne sarei anche stato coinvolto in maniera estremamente personale”, in seguito ai fatti della rivoluzione, pubblicò nel 2006 il suo famoso il libro: “Diario Iraniano 1971-2005”.

Ripercorrendo la sua storia; emigrò in Francia all’età di otto anni dove visse e studiò laureandosi in scienze della comunicazione, iniziò a fotografare per i giornali algerini nel 1964, per il Comitato Olimpico Internazionale, documentò i giochi in Messico nel 1968, dal 1970 al 1971, lavorò come fotografo freelance per Jeune Afrique, facendo numerosi viaggi in regioni di crisi, fù membro dell’agenzia Sipa Press dal 1971 al 1973.

Dal 1974 al 1980, si unì all’agenzia fotografica Gamma, documentando con le proprie immagini gli abusi sulle popolazioni del Terzo mondo, diventando noto a livello internazionale attraverso fotografie sull’apartheid in Sud Africa e sulla rivoluzione Iraniana.

Immagini scattate dal fotografo Iraniano Abbas Attar, membro dell_agenzia Magnum_1Con il libro pubblicato nel 1994 “Allah O Akbar, un viaggio attraverso i militanti islamici”, mostrò le tensioni nelle società del mondo musulmano, divise tra la memoria di un ricco passato e il desiderio di modernizzazione; lavoro che attirò forti attenzioni dopo gli attentati dell’11 settembre 2001.
In merito alle sue immagini e al libro che ne seguì disse: “L’onda di passione religiosa sollevata da Khomeini in Iran non si sarebbe fermata alla frontiera, era destinata a diffondersi in tutto il mondo musulmano.”

Lasciò in seguito l’agenzia Gamma e nel 1981 divenne un fotografo della Magnum; e poi nel 1983 membro associato dell’agenzia.
Dal 1983 al 1986, girò il Messico alla ricerca forse di uno stile, o forse di se stesso, fece in seguito una mostra e pubblicò nel 1992 il libro “Ritorno dal Messico, viaggi oltre la maschera”.
Per Magnum realizzò numerosi reportage fotografici e nel 1985 ne divenne membro a pieno titolo.

Dal 1987 al 1994, per sette anni, Abbas percorse ventinove differenti paesi alla ricerca dei diversi Islam del mondo, iniziò a documentare la grande rinascita della religione Islamica fotografando dalla Cina fino al Marocco, spinto dal desiderio di comprendere le tensioni interne che attraversano le diverse società musulmane, cercando di individuare le contraddizioni tra il rigurgito di un movimento politico ispirato ad un passato mitico e il desiderio universale per la modernità e la democrazia.
Nel 2002 pubblico il libro “Viaggio negli Islam del mondo”.

Nel 2000 con il lavoro “Volti della Cristianità”, in un viaggio fotografico, raccontò il cristianesimo dal punto di vista spirituale, rituale e politico.
Nel 2009 riprese a parlare del mondo islamico dopo l’11 settembre, con il libro fotografico: “Nel nome di chi? Il mondo Islamico dopo l’11 settembre”.
Dal 2008 al 2010, Abbas si occupò con lo sguardo scettico che lo ha sempre contraddistinto, anche di buddismo, pubblicando “I bambini del loto, viaggio per i buddisti”.
Dall’inizio dal 2011 al 2013, affrontò con le sue immagini un’altra religione mondiale; l’induismo, nel 2016 pubblicò il libro “Gods I’ve Seen”.
Prima della sua morte, Abbas iniziò a esplorare una delle religioni più diffuse in tutto il mondo, il Giudaismo e la storia del popolo ebraico.

Immagini scattate dal fotografo Iraniano Abbas Attar, membro dell_agenzia Magnum_2

Sulla sua fotografia, disse:
“Quando fotografo, vedo il bianco e nero. Sono in uno stato di grazia: nella piena consapevolezza della luce e del movimento, percepisco un evento nelle sue dimensioni politiche, sociali, religiose o anche puramente estetiche. Allo stesso tempo sviluppo un’idea del rapporto tra uomo, natura e animale; È più facile per me in bianco e nero perché il bianco e nero non è reale. Il colore distrae. La mia fotografia è una forma di pensiero. ”

e scrisse:
“La mia fotografia è una riflessione, che prende vita in azione e conduce alla meditazione. La spontaneità – il momento sospeso – interviene durante l’azione, nel mirino, una riflessione sul soggetto la precede, una meditazione sulla finalità lo segue, ed è qui, in questo momento esaltante e fragile, che la vera scrittura fotografica si sviluppa, sequenziando le immagini, per questo lo spirito di uno scrittore è necessario per questa impresa: la fotografia non è “scrivere con la luce”? Ma con la differenza che mentre lo scrittore possiede la sua parola, il fotografo è egli stesso posseduto dalla sua foto, dal limite del reale che deve trascendere per non diventare il suo prigioniero “.

La finezza formale delle sue immagini, il rigore nella ricerca giornalistica, la competenza dello studioso, fanno di Abbas Attar uno dei pochissimi autori in grado di informare in maniera neutrale e corretta noi postumi lettori delle sue immagini.

Qui il link del sito web di Abbas Attar

Qui il link dell’Agenzia Magnum

alla prossima Vanni

The Mexican Suitcase

Mexican-Suitcase
La valigia messicana cos’era e dov’era? tutti la cercavano e sembrava sparita nel nulla!
La storia del suo viaggio dalla Francia fino in Messico, e poi a New York, diventò un giallo internazionale.
La valigia messicana era in realtà una scatola composta da tre contenitori di cartone uno rosso, uno verde e uno beige, contenente 126 rullini, per un totale di 4.500 fotogrammi scattati durante la Guerra Civile Spagnola tra maggio 1936 e marzo 1939, rotoli di pellicola abbandonati nell’ottobre del 1939 da Robert Capa in fuga verso New York, fuga dovuta dall’invasione Nazista di Parigi.

Dalla ricerca del biografo ufficiale di Capa, Richard Whelan, sembrerebbe che il fotografo in esilio a New York chiese al suo ex aiutante di camera oscura, nonché amico e fotografo Imre Weisz, ancora a Parigi di tentare di salvare i negativi.
Weiss noto come Cziki, anche lui un emigrante ebreo ungherese come Capa, non riuscì a fuggire da Parigi, però, si ritenne che portò la scatola a Marsiglia, dove venne poi arrestato e mandato in un campo di internamento ad Algeri, in seguito liberato nel 1941 da Robert Capa stesso, e da suo fratello Cornell.

Comunque è certo che tra 1941 e il 1942 i negativi ricomparvero nelle mani del generale Aguilar Gonzalez, che li portò in Messico.
Il generale era stato nominato diplomatico alla fine degli anni trenta a Marsiglia, dove il governo messicano, un sostenitore della causa repubblicana, aveva iniziato ad aiutare i rifugiati antifascisti dalla Spagna a immigrare in Messico.
Non è chiaro se il generale sapesse la storia dei rullini e di chi fossero, comunque sembra non avesse mai provato a contattare Capa o Weisz.

Poi per cinquant’anni non si seppe più nulla.
Tutti pensarono che i rullini fossero andati persi ma a sorpresa nel 1995 si ebbe voce del ritrovamento.
Questi venero rinvenuti dal produttore cinematografico messicano, Benjamin Traver.
Raccontò di esserne venuto in possesso alla morte di una sua cugina, che a sua volta li aveva ereditati dal padre, il generale Gonzalez.

Nel 1995, Traver contattò Jerald R. Green Professore di lingue Ispaniche e Letteratura del Queens College di New York per chiedere consigli su come catalogare i negativi e metterli a disposizione del pubblico.
Green che era un amico di Cornell Capa, lo informò via lettera del ritrovamento.

Cornell che aveva fondato L’International Center of Photography a New York proprio per commemorare la vita del fratello, chiese al suo vice direttore Phillip S. Block, di provare a convincere Taver a consegnare i negativi al centro, purtroppo, dopo diversi tentativi di contatto, tutto finì con un nulla di fatto, Block arrivò perfino a mettere in discussione le affermazioni del regista e l’esistenza stessa dei negativi.
Anche nel 2003 il Centro Internazionale di Fotografia, dovendo organizzare nuove mostre sulla fotografia di guerra con protagonisti Capa e Taro, tentò attraverso il capo curatore del centro Brian Wallis di riprovare a contattare Traver, purtroppo di nuovo tutto fini in un nulla di fatto.

Traver in realtà non avrebbe avuto problemi particolari a donare le immagini in suo possesso, egli non era in cerca di denaro, ma la sua titubanza a consegnare i rullini era legate al fatto che temeva che le persone in Messico potessero essere critiche nei confronti della partenza dei negativi negli Stati Uniti, perchè quelle immagini erano la storia di un profondo legame storico del loro paese con la Spagna antifranchista durante la guerra civile.

All’inizio del 2007, per aiutare a convincere Traver, Wallis assume un nuova curatrice indipendente, Trisha Ziff, regista di documentari che viveva a Città del Messico, regista che l’anno seguente avrebbe presentato il suo primo documentario sulla famosa foto di Korda fatta a Che Guevara.
Tarver accettò di incontrarla e venne stabilito un primo contatto positivo, in un successivo incontro tenuto a maggio 2007, Ziff riuscì a convincere Traver a farsi dare un piccolo numero di negativi.
A dicembre dello stesso anno, il regista finalmente acconsenti a consegnare a Ziff tutto il resto del contenuto della valigetta.
Per contro la signora Ziff assicurò al regista che avrebbe potuto usare le immagini per un documentario che avrebbe raccontato la storia sulla sopravvivenza dei negativi, il loro viaggio in Messico e il ruolo della sua famiglia nel salvarli.

Photographer Robert Capa during the Spanish civil war, May 1937. Photo by Gerda Taro_dominio_pubblicoUna volta che i rullini arrivarono negli Stati Uniti, gli esperti di conservazione della George Eastman House di Rochester constatarono di essere davanti a negativi con uno stato di conservazione ottimo e per niente fragili, che erano stati accuratamente archiviati da Weisz o chi per lui.

Dopo vari studi, si scoprì che i rullini contenuti nella valigetta non erano stati fatti solo da Robert Capa, ma anche da David Seymour, e dell’allora compagna di Capa, Gerda Taro.
Una sessantina di rullini vennero attribuiti a Capa, quarantasei a Seymour e trentadue a Taro.
Gli scatti coprivano tutta la durata della guerra spagnola, la distribuzione dei negativi tra i fotografi divise la guerra approssimativamente in terzi, con la copertura di Seymour all’inizio, Taro nel mezzo e Capa verso la fine.
Quelli di Seymour includono immagini di vita quotidiana e sfilate nella Spagna repubblicana, ritratti di personaggi famosi, come Federico Garcia Lorca e il Presidente Manuel Azana e scatti fatti nella zona basca, nel mese di gennaio 1937.
I rullini attribuiti a Capa ci parlano della Battaglia di Teruel, dalla fine del 1937 all’inizio 1938 e dei campi di internamento per i rifugiati spagnoli nel sud della Francia, del marzo 1939.
Quelli attribuiti a Gerda Taro comprendono le foto scattate nei suoi ultimi giorni in Spagna, prima che venisse uccisa in un incidente durante la battaglia di Brunete, nel luglio 1937.

Robert Capa si chiamava in realtà André Friedmann proveniva dall’Ungheria, David Seymour detto Chim proveniva dalla Polonia, e da Gerda Taro il cui vero nome era Gerta Pohorylle, dalla Germania, in comune avevano di essere dei giovani rifugiati, ebrei e comunisti.

La storia racconta che Capa e Taro, inventarono il personaggio di Robert Capa definendolo come ”un famoso fotografo americano” per aiutarli a ottenere incarichi. Capa a sua volta riuscì a rendere vera la finzione, incarnando alla perfezione l’immagine del fotografo di guerra, con una sigaretta appesa all’angolo della bocca e le fotocamere appese al collo.
La riscoperta dei negativi causò anche una rivalutazione della carriera di Gerda Taro, prima fotografa di guerra donna, nonché la riattribuzione di alcuni scatti di Capa a lei, il motivo dello scambio era dato dal fatto che i due avevano lavorato a stretto contatto e avevano etichettato alcuni dei loro primi lavori insieme, rendendo difficile stabilire in modo definitivo la paternità delle immagini.

Nella serie di negativi, fu ritrovato uno dei migliori scatti di David Seymour, immagine che mostra una donna che culla un bambino al suo seno mentre guarda verso l’oratore durante una riunione all’aperto di massa nel 1936, e anche immagini di Hemingway e di Federico García Lorca.

Monument_a_la_casa_on_va_nàixer_Federico_Borrell_Garcia,_Taino,_a_Benilloba_Robert_CapaPurtroppo gli investigatori dell’International Center of Photography (ICP) confermarono a Amateur Photographer che la “valigia messicana” non conteneva il famoso negativo ”The Falling Soldier” che tanti speravano di trovare.
In merito al militare falciato dalle mitragliatrici, Capa raccontò che nel 1936 su una collina vicino a Córdoba stava fotografando la rincorsa dei miliziani repubblicani mentre si disponevano all’assalto di una postazione di mitragliatrici fasciste.
Dal coperto dove si trovava non volendosi esporre troppo, pensò di posizionare velocemente la macchina fotografica sopra la sua testa e scattare ad intuito.
Fece diversi scatti ma quello più riuscito e famoso fu quella del miliziano che barcollando all’indietro cadde nell’istante in cui un proiettile lo colpì a morte.
Continua a restare il dubbio che quella foto fosse stata una messa in scena, nonostante questo diventò tra le più famose fotografie di guerra di tutti i tempi.
Il vero problema era che i tre erano accusati di non avere un corretto distacco giornalistico perché durante la guerra erano partigiani che appoggiavano la causa lealista, noti anche per fotografare manovre inscenate per l’occasione, pratica comune all’epoca dei fatti.
Di fatto, quando l’immagine fu pubblicata per la prima volta sulla rivista francese Vu, contribuì a cristallizzare il sostegno e diventare l’emblema della causa dei Repubblicani Spagnoli.

A maggio del 2009, il Centro Internazionale di Fotografia annunciò il completamento della digitalizzazione dei negativi.
Queste immagini si rivelarono tra le più rappresentative del ventesimo secolo e portarono alla nascita della moderna fotografia di guerra.
Purtroppo Capa morì nel 1954 in missione in Vietnam, convinto che il lavoro fosse andato perduto durante l’invasione nazista.
Di Capa è la famosa frase: “Se le tue foto non sono abbastanza buone, non sei abbastanza vicino”, il senso era che per fare una buona fotografia oltre ad essere vicino al soggetto, significava stare dentro alla situazione rischiando in proprio, nel suo caso in maniera decisamente spericolata, mettendo in gioco costantemente la propria vita.

Alla fine fu Trisha Ziff a fare il documentario “The Mexican Suitcase”, dove racconta tutta la storia dei negativi, ma la valigia messicana riunisce anche altri due racconti: la storia dell’esilio doloroso dei sopravvissuti alla guerra che fuggirono in Messico dalla Spagna e l’inibizione degli spagnoli a rivangare quel periodo drammatico della loro storia moderna.
Il film proiettato al DocuWeeks 2011 è stato invitato dall’Associazione internazionale dei Documentari a qualificarsi per gli Academy Awards dove è stato definito “Un film affascinante su più livelli”.

 Qui troverai il link al film “The Mexican Suitcase” – da Rai Storia

 Qui il link dell’International Center of Photography di New York dove troverai i rullini online

alla prossima Vanni

La composizione fotografica

Adams_The_Tetons_and_the_Snake_River.jpgLa composizione fotografica è la disposizione piacevole degli elementi della materia all’interno dell’area dell’immagine.
La fotografia creativa dipende principalmente dalla capacità del fotografo di vedere come la fotocamera vede perché una fotografia non riproduce una scena come la vediamo noi.
La fotocamera vede e registra solo una piccola parte, isolata della scena più grande, la riduce a sole due dimensioni, la incornicia e la congela, non discrimina come fa il nostro cervello.
Quando guardiamo una scena, vediamo selettivamente solo gli elementi importanti e più o meno ignoriamo il resto.
Una fotocamera, d’altra parte, vede tutti i dettagli all’interno del campo visivo.
Questo è il motivo per cui alcune delle nostre immagini sono spesso deludenti.
Gli sfondi possono essere ingombri di oggetti che non ricordiamo, i nostri soggetti sono più piccoli nell’inquadratura o meno sorprendenti, oppure l’intera scena può mancare di significato e di vitalità.
Le buone foto raramente vengono create per caso.
Il modo in cui disponi gli elementi di una scena all’interno di una foto, cattura l’attenzione dello spettatore, favorire l’occhio con una composizione chiara migliora la qualità della tua immagine.
Sviluppando con abilità la composizione fotografica, è possibile produrre fotografie che suggeriscono movimento, vita, profondità, forma, ricreando l’impatto della scena originale.
Per sviluppare questa abilità, bisogna studiare e praticare costantemente.
Ogni volta che scatti una foto, guarda tutto intorno al mirino.
Considera il modo in cui ogni elemento verrà registrato e come si riferisce alla composizione generale.
È necessario acquisire familiarità con la fotocamera e imparare come l’operazione di ciascun controllo altera l’immagine.
Sperimenta con la fotocamera e guarda attentamente i risultati per vedere se soddisfano le tue aspettative.
Con l’esperienza e la conoscenza della tua attrezzatura, inizi a “pensare attraverso la tua fotocamera” in modo da essere libero di concentrarti sulla composizione.
Dedica uno studio serio ai principi della buona composizione, leggi libri e articoli di riviste sulla composizione.
Analizza tutti i media disponibili e valuta costantemente in maniera critica ciò che vedi.
Una composizione buona o corretta è impossibile da definire con precisione.
Non ci sono regole rigide da seguire che assicurino una buona composizione in ogni fotografia.
Ci sono solo i principi e gli elementi che forniscono un mezzo per ottenere una composizione piacevole se applicati correttamente.

Ecco alcuni di questi principi:
Centro di interesse
Collocamento soggetto
Semplicità
Punto di vista
Equilibrio
Forme e linee
Modello
Volume
Illuminazione
Struttura
Tono
Contrasto
Framing
Primo piano
Sfondo
Prospettiva

Mentre studi questi principi compositivi, dovresti presto comprendere che alcuni sono molto simili e si sovrappongono molto l’un l’altro.
Poiché tutti o molti di questi principi devono essere considerati e applicati ogni volta che si scatta una foto, all’inizio potrebbe sembrare tutto piuttosto confuso.
Con l’esperienza svilupperai un buon senso compositivo e l’applicazione dei principi diventeranno per tè quasi una seconda natura.
Ciò non significa che puoi permetterti di diventare compiacente o negligente nell’applicazione dei principi di composizione.
Fare ciò sarà immediatamente ovvio perché i risultati che produrrai saranno istantanee, non fotografie professionali.

La fotografia più famosa del mondo.

Photo-shoot-40-Ernesto-Rafael-Che-Guevara-de-la-Serna-Alberto-Korda-Diaz-Gutiérrez-Cuba_Havana_Avana-Leica-M2-Elmarit-90mm-kodak-plus-x-Spazi-VisiviCome ben saprai l’uomo nella foto è Ernesto Rafael “Che” Guevara de la Serna, un leader rivoluzionario e una figura fondamentale della Rivoluzione Cubana.
Questa sua fotografia fu scattata da Alberto Diaz Gutiérrez il 5 marzo 1960, a L’Avana, Cuba.
Per realizzare la fotografia, utilizzò una Leica M2 con un obiettivo Elmarit 90 mm f 2.8, caricata con una pellicola in bianco e nero Kodak Plus-X da 125 ISO, e scattò ad una distanza tra gli otto a dieci metri.
Díaz era ormai meglio conosciuto come Korda, ma non era il suo nome di battaglia. Prima della rivoluzione, iniziata nel 1956, lui e il suo amico Luis Antonio Pierce avevano intitolato il loro studio Korda in onore di due registi ungheresi che ammiravano, il loro ambito lavorativo era la moda e la pubblicità, di conseguenza avevano un occhio molto allenato a cercare carisma e bellezza nelle immagini.
Nel 1959 Alberto Korda si convertì alla Rivoluzione Cubana e si trasformò in fotoreporter, divenne così il fotografo ufficiale di Fidel Castro, nonché fotografo per il giornale Revolucion.

Camera-Ernesto-Rafael-Che-Guevara-de-la-Serna-Alberto-Korda-Diaz-Gutiérrez-Cuba_Havana_Avana-Leica-M2-Elmarit-90mm-kodak-plus-x-125-ISO-Spazi-Visivi.jpg

Era l’inizio del secondo anno della Rivoluzione Cubana, il giorno 3 marzo 1960 il cargo francese La Coubre in arrivò dal Belgio attraccò nel porto dell’Avana.
Nella notte del 4 marzo, mentre venivano scaricate diverse tonnellate di munizioni, avvennero due esplosioni e fù il caos totale, il porto venne mezzo distrutto, le vittime furono un centinaio, e i feriti più di duecento.
Che cosa fosse successo nessuno aveva la risposta, ma il giorno dopo, il 5 marzo, il presidente Fidel Castro durante il servizio commemorativo al cimitero di Colón, dichiarò in un discorso infuocato che si trattava senza dubbio di un attentato per opera dagli Americani, fu in quel sabato che pronunciò per la prima volta il famoso slogan “Patria o morte”.
Erano presenti alla cerimonia oltre a Fidel Castro, i dignitari cubani, i filosofi Jean-Paul Sartre, Simone de Beauvoir e anche l’allora trentunenne Ernesto Guevara, Korda fotografò tutti, ma in quello rullino scattò solo due immagini del Che, la numero 40 in orizzontale e la numero 41 in verticale.
Korda in seguito avrebbe ricordato: “Ai piedi di un podio decorato a lutto, ho tenuto d’occhio il mirino della mia vecchia macchina fotografica Leica. Mi stavo concentrando su Fidel e le persone intorno a lui. All’improvviso, il Che emerse sopra di me. Rimasi sorpreso dal suo sguardo. Per riflesso scattai due immagini.”
Non ebbe tempo per una una terza foto, visto che il Che fece un passo indietro e si mise in seconda fila, tutto successe in mezzo minuto.
Korda disse dell’immagine orizzontale: “Questa fotografia non è il prodotto della conoscenza o della tecnica, è stata davvero una coincidenza, pura fortuna”.
Se questa fosse stata una sessione fotografica, non avrebbe potuto chiedere di più, Il punto di vista basso da sotto il palco, le spalle in una direzione, la faccia in un’altra, e quegli occhi in un’espressione triste, ma forte e ribelle, che guardavano in alto come in una lontana visione del futuro, la barba ispida, giacca con la zip al mento, capelli lunghi e spettinati, mascella tesa e berretto con un’inclinazione perfetta.

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Nonostante la bellezza nessuna delle due immagini attirò l’attenzione della redazione del giornale Revolution. Per la pubblicazione vennero usati altri scatti, Castro era al centro dell’interesse e avrebbe occupato la copertina il giorno successivo.
Credendo che l’immagine orizzontale fosse veramente potente, Korda ne realizzò una versione ritagliata, la ingrandì, l’appese al muro accanto a un ritratto del poeta Pablo Neruda e ne regalò diverse copie ad amici.
La fotografia fu pubblicata per la prima volta il 16 aprile 1961, pubblicizzando una conferenza durante la quale l’oratore principale era il “Dr. Ernesto ‘Che’ Guevara”, la conferenza venne però interrotta dall’invasione di 1.300 controrivoluzionari, supportati dalla CIA, che presero d’assalto le spiagge di Cuba, questa operazione divenne nota come la fallita invasione della Baia dei Porci.
L’immagine poi rimase relativamente sconosciuta per altri sette anni.
Nel 1967, il Che fu assassinato in Bolivia e diventò, istantaneamente, il martire della rivoluzione e quell’immagine iniziò un percorso che la fece diventare un’icona assoluta.
José Gómez Fresquet, celebre disegnatore e grafico cubano, ricorda come, all’udire della notizia della morte di Guevara, lavorò tutta la notte per realizzare il poster partendo dall’immagine di Korda che venne successivamente ingrandita e drappeggiata lungo l’edificio di cinque piani del Ministero degli Interni nella Plaza de la Revolución a L’Avana.
L’immagine fece da sfondo all’elogio funebre di Fidel Castro davanti a una folla di oltre un milione di persone.
Da allora l’edificio ha visto molte versioni dell’immagine, che oggi si è trasformata in un contorno permanente in acciaio, sempre ispirato alla stessa fotografia.

Alcuni mesi prima della morte del Che, l’editore Giangiacomo Feltrinelli si recò a Cuba dove incontrò Korda, Il fotografo ripescò dal suo archivio quel vecchio ritratto e ne regalò due copie 20×25 cm al “Compagno italiano amico della rivoluzione” senza richiedere alcun compenso.
Rientrato in Italia, per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla lotta che si stava conducendo in America Latina, Feltrinelli fece stampare migliaia di manifesti con la faccia di Guevara tappezzando i muri di Milano, vendette anche un milione di copie di quel poster e non pagò nemmeno un centesimo a Korda che, tra l’altro, non avrebbe accettato quel denaro.
Intanto il Paris Match fece un’articolo nel numero di agosto del 1967 intitolato “Les Guerrilleros”, la rivista con la sua ampia diffusione fù considerata uno dei veicoli principali della distribuzione dell’immagine in occidente.
In un secondo tempo nel 1968, dopo la morte di Guevara, Fidel Castro consegnò a Feltrinelli una copia del diario del Che dalla giungla boliviana, l’editore pubblicò anche quello, con l’immagine non firmata di Korda sulla copertina.

In seguito venne anche fatta una versione stilizzata da Jim Fitzpatrick, usata durante le rivolte studentesche di Parigi del maggio 1968.
Fitzpatrick dichiarò: ”Quando fù assassinato, decisi che volevo fare qualcosa e così creai il poster, sentii che questa immagine doveva uscire, altrimenti non sarebbe stato commemorato e sarebbe finito dove vanno gli eroi, che di solito finiscono sempre nell’anonimato.”
Nel novembre 2008, Fitzpatrick annunciò che avrebbe firmato il copyright della sua immagine per l’ospedale di cardiologia pediatrica William Soler a L’Avana. Nell’annunciare la sua ragione per garantire che tutti i futuri proventi andassero all’ospedale pediatrico, Fitzpatrick dichiarò che “Cuba forma i medici e li manda in tutto il mondo … voglio che il loro sistema medico ne tragga beneficio”.
L’immagine stilizzata di Che Guevara è comunemente accompagnata da diversi simboli che aggiungono contesto al suo significato, i più comuni sono la stella rossa, la falce e il martello, la bandiera Cubana, e la dichiarazione in spagnolo “Hasta la Victoria Siempre”, frase che rappresenta l’impegno di non arrendersi mai all’eventuale trionfo di una rivoluzione mondiale marxista e la convinzione che questa vittoria, una volta avvenuta, sarà eterna.

Negozio-Shop-Souvenir-Ernesto-Rafael-Che-Guevara-de-la-Serna-Alberto-Korda-Diaz-Gutiérrez-Cuba_Havana_Avana-Leica-Offphoto-Spazi-Visivi-Vanni-BindelliniAlberto Korda non chiese mai il pagamento della sua foto, egli pensava che questa rappresentasse i suoi ideali rivoluzionari, e quindi più la sua immagine si diffondeva e maggiore era la possibilità che anche gli ideali si diffondessero.
Non voleva la commercializzazione dell’immagine poichè credeva che Guevara non avrebbe voluto, e ne avrebbe denigrato hai posteri la reputazione, questa convinzione fu mostrata per la prima volta nel 2000, in risposta alla compagnia della vodka Smirnoff che usò la sua foto in una pubblicità, Korda sostenendo i suoi diritti morali citò in giudizio l’agenzia di pubblicità Lowe Lintas e Rex Features, società che fornì la fotografia. Lintas e Rex affermarono che l’immagine fosse di dominio pubblico, il risultato finale fù un accordo di 50.000 dollari, soldi che Korda donò al sistema sanitario cubano, affermando “Se il Che fosse ancora vivo, avrebbe fatto lo stesso.”

Lo storico cubano Edmundo Desnoes affermò che “l’immagine del Che può essere messa da parte, comprata e venduta e divinizzata, ma formerà sempre una parte del sistema universale della lotta rivoluzionaria e potrà recuperare il suo significato originale in qualsiasi momento”.
Il Maryland Institute College of Art ha definito l’immagine un simbolo del 20° secolo e la fotografia più famosa del mondo.
il Victoria and Albert Museum sostiene che questa fotografia sia stata riprodotta più di ogni altra.
Jonathan Green, direttore del California Museum of Photography, ha ipotizzato che “l’immagine di Korda sia diventata come un simbolo alfanumerico, un geroglifico, un simbolo istantaneo, un’icona che riappare ogni volta che c’è un conflitto alla base di una possibile rivolta.”
Versioni di esso sono state dipinte, stampate, digitalizzate, ricamate, tatuate, serigrafate, scolpite o disegnate in tutto il mondo su quasi ogni superficie immaginabile…
Il Guerrillero Heroico ora è ormai un’icona e viene considerata come una delle migliori foto di tutti i tempi.